Centri di detenzione - Italia 2021

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Centri di detenzione - Puglia 2021

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I Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), sono strutture detentive create nel 1998 dalla legge “Turco-Napolitano” e denominate originariamente Centri di Permanenza Temporanea (CPT), il cui scopo è di “trattenere” gli stranieri destinati all’espulsione in attesa dell’esecuzione di tale provvedimento. All’interno dei CIE lo straniero subisce dunque una privazione della libertà personale senza aver violato la legge penale, per ragioni direttamente connesse con l’amministrazione delle politiche migratorie. Tali centri hanno subito diverse trasformazioni a partire dal 2002, fino a giungere alle ultime riforme dettate dal recepimento nell’ordinamento italiano delle disposizioni della Direttiva 2008/115/CE detta “Direttiva ritorno”.

Alla luce delle più recenti riforme del 2009 e 2011, i CIE sono strutture detentive in cui l’immigrato irregolare in attesa di espulsione può essere trattenuto fino a 18 mesi. Anche se è adesso prevista la possibilità di adottare misure di controllo alternative, come l’obbligo di consegna dei documenti, l’obbligo di firma o l’obbligo di dimora, i requisiti di affidabilità sociale che lo straniero deve possedere per poter accedere ad una delle misure non-detentive sono tali e tanti (possesso di documenti, di adeguate fonti di reddito, di un domicilio o una dimora fissa, non essere considerato socialmente pericoloso, ecc.) che la detenzione finisce per essere ancora la misura più ricorrente.

I CIE (all’epoca CPT) hanno chiaramente assunto i tratti di centri chiusi sin dalla loro istituzione, tanto che la medesima legge Turco-Napolitano ed il suo regolamento attuativo, pur affermando che «la detenzione deve avvenire nel rispetto della dignità dello straniero» e che a quest’ultimo è comunque assicurata «la garanzia dei contatti, anche telefonici, con l’esterno», stabilivano l’assoluto divieto di allontanarsi da tali centri ed affidavano alla polizia la responsabilità in materia di sorveglianza e sicurezza interna. La discrezionalità concessa all’autorità di pubblica sicurezza nella gestione dei CPT è stata limitata dall’approvazione di una serie di norme regolamentari e di direttive ministeriali che hanno precisato il regime detentivo e gli standard gestionali di tali strutture.

A seguito della chiusura definitiva dei centri di Modena e Lamezia Terme, i CIE attualmente operativi in Italia sono 11 per un totale di 1.791 posti letto teorici (cfr. Senato della Repubblica, Rapporto sui Centri di Identificazione ed Espulsione in Italia, Roma 2014, p. 14). Tali centri sono sparsi in maniera uniforme sul territorio: alcuni di essi si trovano nei pressi di grandi agglomerati urbani in strutture appositamente create per ospitare cittadini stranieri, mentre altri sono situati in complessi poli-funzionali, sovente accanto a CDA e CARA (è il caso dei CIE di Crotone e Brindisi). Come illustrava un documento programmatico del Ministero dell’Interno, la capacità effettiva degli allora 13 CIE si assestava nel febbraio 2013 sui 1.190 posti (Ministero dell’Interno, Documento programmatico sui Centri di Identificazione ed Espulsione, Roma 2013, p. 11); ciò a causa dei continui lavori di ristrutturazione resi necessari dai danneggiamenti che le strutture avevano subito nel corso di alcune delle numerose rivolte scoppiate al loro interno. Il già menzionato rapporto del Senato della Repubblica riferisce di una ulteriore riduzione dei posti effettivamente disponibili, che al luglio 2014 risultavano essere 849.

La Puglia ospita strutture detentive dedicate agli immigrati irregolari in via di espulsione sin dalla loro istituzione, nel 1998. I primi due Centri di Permanenza Temporanea, secondo la denominazione all’epoca in uso, ad aprire i battenti furono il centro di Brindisi Restinco ed il Centro di San Foca (LE), due strutture, rispettivamente, da 83 e 180 posti letto. La struttura di San Foca, gestita dalla Fondazione “Regina Pacis”, diretta emanazione dell’arcidiocesi di Lecce, è stata al centro di alcune gravi vicende giudiziarie e ha chiuso definitivamente i battenti nel 2005. Il centro di Brindisi, attualmente in fase di ristrutturazione, ha continuato ad essere operativo sotto la gestione dell’associazione di carabinieri in pensione “Fiamme d’Argento” per circa dieci anni anni, prima di passare nel 2008 all’attuale gestione affidata a Connecting People. Nel 2006 ha infine aperto i battenti la struttura detentiva di Bari Palese, sita alla periferia nord della città, nei pressi della Caserma della Guardia della Finanza. Il CIE di Bari Palese è una struttura di nuova concezione che, in base alla capienza originariamente prevista dal decreto istitutivo, può ospitare fino a 196 persone. Inizialmente affidata alla gestione dell’associazione “Misericordie d’Italia”, dal 2007 al 2013 è stata gestita dall’ente morale “Operatori Emergenza Radio” di Bari. Nel 2013 è subentrato l’attuale ente gestore, Connecting People, la cui convenzione scadrà nel 2016.

Tali centri hanno inizialmente funzionato come propaggine dei Centri di accoglienza che erano attivi nella regione, accogliendo gli stranieri sbarcati sul territorio pugliese e immediatamente respinti dall’autorità di pubblica sicurezza. Con l’aumento della popolazione straniera residente in regione, gli attuali CIE hanno cominciato ad ospitare in percentuale sempre maggiore anche cittadini stranieri già presenti da tempo sul suolo italiano e colpiti da un provvedimento di espulsione. Il centro di Bari Palese, ad esempio, presenta ormai un’utenza in tutto e per tutto analoga a quella che è tipica di altri CIE siti nei pressi dei grandi agglomerati urbani del centro-nord Italia, con una elevata percentuale (oltre il 25%) di cittadini stranieri provenienti da carcere.

I CIE di Bari Palese e Brindisi Restinco hanno ospitato oltre 8.900 stranieri negli ultimi sette anni, con una media di oltre 1.200 ingressi per anno e un tempo di permanenza medio che oscilla tra i 60 e i 100 giorni. A dimostrazione dell’inutilità dell’afflizione che subiscono gli stranieri all’interno di tali strutture, la percentuale di immigrati irregolari effettivamente rimpatriati è rimasta in genere molto bassa, con un picco del 51% nel 2008 e una media del 37% nel periodo.

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