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Centri Sai - Puglia 2024

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Per questioni di privacy e sicurezza gli indirizzi delle strutture SAI e CAS sono fittizi

L’Italia si distingue in Europa per l’adozione del modello dell’accoglienza diffusa, un sistema che, pur di recente creazione, è riconosciuto come best practice a livello comunitario. Questo approccio, ancora assente in molte nazioni dell’Europa meridionale e orientale, prevede l’ospitalità delle persone migranti in piccoli progetti gestiti da enti locali e organizzazioni del terzo settore. Oltre a fornire vitto e alloggio, tali strutture garantiscono accompagnamento sociale, tutela legale e percorsi di inclusione socio-economica, promuovendo un’integrazione bi-direzionale e mutualistica, in linea con i Common Basic Principles for Immigrant Integration europei del 2004.

Le origini dell’attuale “Sistema di accoglienza e integrazione” (Sai) risalgono al “Progetto di Azione Comune” del 1999 e al “Programma Nazionale Asilo” (Pna) del 2000, sviluppato dal Ministero dell’Interno con Anci e UNHCR. Questo programma mirava a creare una rete territoriale di servizi di accoglienza, promuovere l’integrazione sociale, organizzare percorsi di rimpatrio volontario e coinvolgere il terzo settore. Il successo del Pna portò, con la l. 189/02 (Bossi-Fini), alla formalizzazione dello “Sprar”, finanziato dal Fondo nazionale per le politiche dell’asilo e caratterizzato da un approccio bottom-up che coinvolgeva attori pubblici e privati. Il d.lgs. 140/05 rafforzò ulteriormente il ruolo dello Sprar, regolando l’accesso ai servizi e riservando particolare attenzione ai soggetti vulnerabili, tra cui minori non accompagnati, donne in gravidanza, persone con disabilità e vittime di violenza.

A partire dal 2008, tuttavia, il sistema di accoglienza ha subito una progressiva regressione verso un approccio emergenziale, accompagnata da un progressivo smantellamento dell’accoglienza diffusa. Il d.l. 113/18 (decreto Salvini) ha ridotto significativamente la platea dei beneficiari, trasformando lo Sprar in “Siproimi” e limitandone l’accesso ai soli titolari di protezione internazionale, minori stranieri non accompagnati e alcune categorie specifiche. Questa riforma ha introdotto una netta separazione tra l’accoglienza diffusa e le strutture straordinarie, ridefinendo il sistema in funzione dello status giuridico dei migranti.

Il d.l. 130/20 (decreto Lamorgese) ha parzialmente invertito questa tendenza, reintegrando i richiedenti protezione internazionale nel sistema Sai, ma limitando i servizi loro garantiti a quelli essenziali, come vitto e alloggio. Tuttavia, con il d.l. Cutro, si è assistito a un ritorno alle restrizioni del decreto Salvini, riducendo nuovamente la platea di chi può accedere ai progetti di accoglienza diffusa. Questo ripristino di un modello selettivo ridimensiona significativamente il ruolo dell’accoglienza diffusa, rafforzando la separazione tra i circuiti ordinari e straordinari del sistema di accoglienza in Italia.

Nel 2024, il Sai conta 872 progetti attivi a livello nazionale, gli enti locali titolari di progetto sono 737, mentre il numero totale di persone accolte ammontano a 54.999.

L’evoluzione del numero di strutture inserite nel sistema di seconda accoglienza regionale riflette la tendenza nazionale. Gli interventi normativi volti a rafforzare l’accoglienza diffusa hanno determinato un aumento sia delle strutture sia dei posti disponibili. In Puglia, la crescita è stata leggermente inferiore alla media nazionale. Nel 2024 la capienza delle strutture Sai pugliesi è di 3985 posti suddivisi in 112 progetti che vedono coinvolti 90 enti locali.

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